I mesi, i luoghi e la storia

Gennaio, il mese “della merla”

 

 

GENNAIO,

il mese “della merla”

 

Quando, di mattina presto, mi siedo al tavolo della cucina per fare l’abbondante colazione che ho l’abitudine di prepararmi da solo, osservo sempre il calendario posto sulla parete di fronte; orbene, quando il foglio, con gli appunti incomprensibili segnati di traverso da mia moglie, riguarda “Gennaio”, il pensiero mi corre subito agli ultimi tre giorni del mese; a quelli, appunto, conosciuti con un simpatico quanto originale appellativo: i giorni della merla.

Forse, questa scivolata dello sguardo su di una pagina incolpevole e patinata, ha un suo motivo: inconsciamente, io collego Gennaio al freddo più freddo che c’è e non vedo l’ora che passi veloce, anche perché sulla candida neve preferisco andarci in febbraio, quando i raggi del sole sono più lunghi e la montagna si mostra più bella.

Si… Però… che c’entra la merla? La femmina del timido uccello che si ostina a restare dalle nostre parti anche d’inverno? Una leggenda, nata in terra lombarda, vuole che una merla abbia sofferto molto nel Gennaio di un lontano anno e che, verso la fine di quel funesto mese, si sia finalmente decisa a bussare col becco alla finestra chiusa di una casa di campagna. Sembra che una giovane donna, rispondendo al richiamo, aprisse la finestra e lasciasse entrare la merla infreddolita; sembra poi che questa, dopo un rapido giro per la stanza, si poggiasse sul bracciolo della sedia da lei occupata, davanti al camino acceso: da allora, la merla ci è rimasta nel cuore e nel calendario! (preferisco questa di leggenda a quella della merla bianca che diventò nera passando per il camino: la seconda, sembra copiata dalla favola/metamorfosi di Ovidio sui gelsi bianchi e neri di Piramo e Tisbe).

Per gli animi romantici, comunque, Gennaio è il mese di George Byron (nacque il 22) e della tragedia di Mayerling (era un gelido 30 gennaio, quando Rodolfo d’Asburgo si uccise e spense per amore gli occhi blu della sua Maria Vetsera) ma è anche il mese della ghigliottina sul collo di Luigi XVI e della trionfale entrata di Isabella (quella di Castiglia, una che si lavava raramente) nella libera Granada.

Per i sapienti è, invece, il mese nel quale Gianbattista Vico terminò la sua vita terrena: il filosofo napoletano se ne andò poverissimo (come, del resto, era sempre vissuto) il 23 gennaio del 1744; quarantacinque anni prima, lui (provvisto di profonda cultura e anticipatore dell’animo Illuminista e Romantico) aveva sposato una donna analfabeta con la quale ebbe soltanto rapporti fisici, ripagati da otto figli.

Soprattutto, per tanti altri, è il mese di Sant’Antonio, il Santo degli animali e delle tentazioni; dell’Eremita che non si mosse mai dal natio Egitto e che, per una serie di coincidenze, è venerato in tutto il mondo cristiano; dell’Uomo che, superati gli ottanta, si ritirò in pensione sulla riva occidentale del Mar Rosso, campando per quasi altri trenta anni, a dimostrazione che il vitto genuino e il non lavoro, fanno entrambi molto bene alla salute.

 

Domenico Apolloni


FEBBRAIO

il mese del “Compleanno”

ma, anche, di San Valentino e del Carnevale

 

Si! Per noi del Rotary, Febbraio è il mese del “compleanno”; è già trascorso più di un secolo da quel 23 febbraio del 1905 che il giovane avvocato Paul Harris consegnò alla memoria di tutti, ma - per noi del Rotary - il tempo non si confina nel semplice ricordo: sembra che sia passato soltanto per dare spazio al nostro incedere nel mondo dei migliori!

Febbraio, però, è anche il mese di San Valentino, quel Santo di cui si conosce poco o nulla, ma Lui se ne frega e continua imperterrito a proteggere gli innamorati, a promuovere la vendita del cioccolato; è, pure, il mese del Carnevale, una festa antica quanto il genere umano, una festa che permette quasi tutto e mi riporta alla prima frase latina che copiai nel mio taccuino da giovane studente: semel in anno licet insanire.

Leggendo sul calendario i giorni di questo mese corto, mi piace indugiare col pensiero su alcuni, per disegnarne i contorni:

          Sul 5, giorno memorabile per quelli di Catania che festeggiano Sant’Agata, la giovane tessitrice che, prima, lasciò nelle mani del carnefice il proprio seno prosperoso e, poi, li salvò sette volte dalla furia del loro Vulcano.

          Sul 9, giorno di Apollonia, l’unica suicida che diventò Santa; non era una mia parente ma dimostrò, egualmente, di avere “le palle” quando fregò gli aguzzini buttandosi tra le fiamme di un fuoco acceso nelle vicinanze; con quella mossa, riuscì a trattenere in gola le parolacce che i presenti si attendevano e sollecitavano lanciandole pietrate sui denti.

          Sul 18, il giorno della sepoltura di Giordano Bruno, quel frate testardo che i romani vollero onorare col bronzo di Campo de’ Fiori, soltanto per fare un dispetto al Vaticano.

          Sul 22, il giorno di Santa Margherita, una ragazza madre sedotta e abbandonata da un nobile di Montepulciano (da non confondere con l’omonimo vino); fondò un Ospedale e morì cinquantenne nella sua Cortona.

Febbraio, comunque, è anche il mese in cui nacquero la Repubblica Partenopea (era il 1799), il patriota Cesare Battisti (era il 1875), il grande Ungaretti (era il 1888 e nessuno prevedeva che avrebbe scritto <m’illumino d’immenso>, la più “corta” poesia della storia), il pavido Galilei (era il 1564), il tenore Enrico Caruso (era il 1873) e il cantante sfortunato Fabrizio De André (era il 1940); il mese in cui morì il famoso Giosuè Carducci delle contraddizioni; il mese del simpatico Carlo Goldoni.

Ebbene, con un maestro dell’ironia come Carlo Goldoni, con l’avvocato veneziano che volle cambiar mestiere per iniziare a lavorare, io preferisco chiudere la galleria dei ricordi, giacché Febbraio è il suo mese preferito. Lui, infatti, nacque sulla Laguna il 25 febbraio (esattamente nel 1707) e morì, più che ottantenne, nella Parigi squassata dalla Rivoluzione (il giorno 6, sempre di febbraio), dopo aver rimproverato la moglie che, pur giurando di amarlo, si permetteva di non precederlo nell’altro mondo.

 

Domenico Apolloni


MARZO:

il mese dispettoso

 

Si racconta che Marzo nacque prima del tempo: sembra, infatti, che – per la fretta di entrare nel calendario – abbia rubato un paio di giorni a quel parente indeciso, giustappunto bollato col nome tremolante di febbraio.

La sua immagine scanzonata e il suo carattere poco stabile, gli portarono comunque (e presto) le simpatie degli amanti del sole ma anche quelle dei venditori di ombrelli; tutti sorridono ancora al ricordo dello scherzo che giocò al pastorello: lo salutò, dicendogli che lasciava il posto al caldo Aprile e, invece, si fermò un giorno ancora, per scatenare pioggia e fulmini sul suo gregge belante di paura.

Da quella volta, certamente inventata da una favola, Marzo è stato sempre considerato un mese dispettoso anche se abbastanza importante: con lui, arriva la primavera e la festa del papà; con lui arrivano le rondini di San Benedetto (chissà perché, il fondatore del monachesimo è associato più alle rondini che al motto “ora et labora”); con lui, mese bizzarro, le giornate diventano lunghe e il soprabito torna nell’armadio.

E se poi fu testimone di alcuni celebri passaggi a “miglior vita”, io non me la sento di condannarlo per questo. Nel mese di Marzo, infatti, se ne andarono da questo Mondo Ippolito Nievo (nel 1861) e Giuseppe Mazzini (nel 1872); raggiunsero l’aldilà, i due grandi della Roma antica che l’avevano scelto per la loro dipartita: il Marco Aurelio (nel 180) vedovo inconsolabile di una matta come Annia Faustina e quel Giulio Cesare che (nel 44) salutò i congiurati, senza risolvere un pesante dilemma (quale – tra Giulio e Cesare – fosse il suo cognome).

Semmai, io lo rimprovero – questo mese stravagante – perché si portò via Adelina Tattilo, coraggioso editore di Playmen, la prima rivista erotica italiana e, pure, un mito della mia gioventù: Francesco Lo Vecchio (in arte Frankie Laine) che cantò “una lacrima sul viso” con lo sconosciuto Bobby Solo nella Sanremo del 64.

Pazienza per l’Adelina, ma per Frankie… proprio no! Non lo doveva fare! Poteva lasciarlo campare ancora un po’ di tempo, almeno per una forma di rispetto, poiché il Frankie era figlio del barbiere personale di Al Capone!

Peraltro, non dimentico che il mese pazzo dette anche i natali a personaggi del calibro di Magellano (un portoghese rinnegato, che andò a prendersi le Filippine con navi spagnole), di Vespucci (un toscanaccio che fece poco ma quel poco lo valorizzò assai), di Federico Cesi (un vero nobile che, al posto di far niente, preferì dannarsi l’anima per fondare l’Accademia dei Lincei).

Soprattutto, fu il mese nel quale nacque Cyrano de Bergerac, un gentiluomo del 1600 da invidiare, perché sapeva baciare a lungo e molto bene, nonostante le abbondanti proporzioni del suo naso.

 

Domenico Apolloni


LA PRIMAVERA

<potranno tagliare tutti i fiori, ma non fermeranno mai la primavera> (Pablo Neruda)

 

Dicono che la Primavera sia una “mezza stagione”, alla pari dell’Autunno: gioiosa, non triste come il secondo, ma pur sempre “una mezza stagione”. Io non sarei del tutto d’accordo su questa definizione e vorrei passare oltre, anche perché, a me, non sembrerebbe giusto affibbiarle una posizione del tutto ambigua: le “mezze cose” somigliano al surrogato di caffè e non soddisfano pienamente.

Piuttosto…accetto di spostare la discussione sul sesso del vocabolo “primavera”, per schierarmi in maniera decisa: stavolta, esprimo gratitudine (alla memoria) verso chi decise di metterla, nel nostro dizionario, al femminile (col termine gentile e completo che la identifica), dimenticando il “neutro” della lingua Latina; si…io considero di scarso livello i grammatici tedeschi che, addirittura, vollero pensarla al maschile e mando l’applauso a quelli Inglesi: loro la chiamarono semplicemente “spring” e, nominandola, fanno sempre risuonare nell’aria il guizzo della “partenza”, quasi fosse un qualcosa da avviare con lo schiocco delle dita.

Ebbene, per me, la Primavera è proprio una “partenza”, una speranza di novità, una visione di cieli azzurri, un pensiero con tanti colori; ogni volta, ascoltando il cinguettio leggero dei fringuelli, io rinasco a Primavera e nel suo tempo non conto gli anni che passano: anzi, sono spesso allegro! Auguro a tutti di vederla così, la Primavera: essa non è mai “maledetta”, ma è sempre “benedetta” (e, forse, lo pensava pure la Goggi, mentre gridava il contrario…a squarciagola).

Specie quest’anno, nel pieno dell’inverno tardivo ma carico di freddo, non si vede l’ora che arrivi il suo sole, con i tiepidi raggi che sanno accarezzare la pelle…fa’ piacere, nei pomeriggi più lunghi, guardarlo appollaiato pigramente tra le colline, prima che scompaia all’orizzonte con sapiente lentezza, per far posto alle notti stellate…. Ogni anno, io mi rinnovo alla festa di San Benedetto, anche se cerco nell’aria le rondini della tradizione…vuoi vedere che la Primavera (rispettosamente, la scrivo con l’iniziale maiuscola) è benedetta per favorire un collegamento della stessa col nome del Santo da Norcia?

Si! La Primavera comincia a colpire la mia fantasia già quando si affaccia con la timida mimosa dai fiori che sembrano tanti granelli d’oro…quasi a voler dire: <ricomincia la vita, questo è il dono prezioso per l’occasione>. Del resto, lo ricorda Alfredo Cattabiani, i calendari antichi aprivano l’anno con l’equinozio di Marzo e, questo riprendere della vita lo ripesco volentieri nei ricordi scolastici mai sopiti…nella potenza sintetica del verso scritto da Tito Lucrezio Caro nel sesto libro del suo intramontabile “De Rerum Natura”: <verìs florèntia pàndunt> (si schiude la stagione fiorita della Primavera); lo rincorro sognando più spesso, perché i sogni sono il puntello dell’esistenza e ne correggono la rotta (basta saperli gestire, specialmente nei mari del Giglio). Il sogno è, per me, la cosa più bella del nostro cammino terreno…ti separa dalla realtà e, allo stesso tempo, ti culla con i suoi abbracci informi per accomodarla, per digerirla, per sopportarla.

Lo fa’ sempre in Primavera, specialmente di primo mattino…quando nell’aria si mescolano le luci calde del giorno in arrivo…lo fa’ specialmente in Aprile, il mese dell’amore. Io sono affascinato dallo spettacolare risveglio della natura, da tutto quello che succede in Aprile… mese magico e seducente, preceduto dal Marzo lungo e bizzarro, seguito dal Maggio, il mese delle rose: un trimestre simpatico, quello della Primavera, diverso dagli altri e da se stesso nell’incedere degli anni; che dire dei suoi profumi, del verde inimitabile dei prati, delle piccole foglie sui platani, del fiore, rivolto all’insù, degli ippocastani? Forse, basterebbe non parlare…restarsene felici nell’ammirazione del creato.

Mi piace, per questo, terminare con la vecchia e conosciuta storiella a me ricordata dall’amico Alessandro Matarazzo, noto top-manager romano di nascita e milanese d’adozione, con ascendenti russo-siculi:

<un “non vedente” se ne stava seduto sul gradino di un marciapiede, di fronte a un cappello e un cartone con la scritta “Sono povero e cieco, aiutatemi per favore”. Passando di lì, un esperto di comunicazione, notò alcuni centesimi nel cappello. Si chinò e ci mise una moneta, poi, senza chiedere il permesso, prese il cartone, lo girò e vi scrisse sopra una frase. Nel pomeriggio, tornando a casa, ripassò davanti al cieco e vide il cappello pieno di banconote. Il non vedente riconobbe il passo dell'uomo e gli domandò se, prendendo in mano il cartone, avesse cambiato qualcosa. L’uomo gli rispose di sì e aggiunse “ho soltanto riscritto la tua frase in un altro modo”, poi, sorridendo, se ne andò. Il non vedente non seppe mai che sul suo pezzo di cartone ci aveva scritto “Oggi è primavera…e…io non posso vederla”>.

 

 

Domenico Apolloni


APRILE

il mese del “dolce dormire”

 

Chissà perché… ma il mese di Aprile si presenta all’immaginario come il mese gentile; è il mese nel quale la natura esce dal suo torpore e lancia tanti colori; è il mese che annida nei campi il verde irreale della poa pratensis e chiede alle siepi le prime selvatiche rose; è il mese nel quale il sole accarezza la pelle e lascia che il pensiero si rivolga felice alle stelle.

In questo mese ci piace dormire o magari indugiare nel letto soltanto; sarà per le sue tante giornate serene, sarà per il suo vento lieve che dipinge d’azzurro pure il cielo di Milano, ma in questo mese profumato ci sembra perfino di far meglio l’amore.

Ci si mette anche il clima, ogni volta definito insolito dai meteorologi di chiara (?) fama, a donargli un sapore attraente; come il vino di nobile progenie, che accompagna e sostiene un piatto gustoso, sollecita pure il ricordo di una data vincente: era il 6 Aprile del 1896, quando ripresero a girare i Giochi Olimpici.

Quel giorno di Aprile, la sbigottita Atene accolse i campioni di tutto il mondo per celebrare una festa di pace e di amicizia senza eguali: dopo quindici secoli tornavano le Olimpiadi, soppresse da Teodosio su richiesta di Ambrogio, un tedesco piccolo e magro ma irresistibile, che – una ventina d’anni prima – era diventato Vescovo di Milano per semplice acclamazione popolare.

E quest’avvenimento, basterebbe da solo a fornire una cornice importante al nostro Aprile; non ci sarebbe neanche bisogno di rammentare che – nel mese del sorriso – se ne andarono a passeggiare sulle pianure del Cielo due regine tristi (Amalasunta e Giovanna la Pazza), una donna che recitò bene l’Amore (Eleonora Duse) e una che lo pensò solamente (Simone de Beauvoir).

E se proprio devo inchinarmi ai ricordi di donne che fuggirono da questa terra in Aprile, tra le prime due dall’esistenza infelice e le seconde due dall’animo turbato, voglio metterne una che parlava veramente all’Amore, dandole del tu. Costei era Louise Labé, detta la Belle Cordière… prima di morire, nell’Aprile del 1566, aveva scritto:

 

Baciami ancora, ribaciami e bacia:

dammene uno dei tuoi più saporosi,

dammene uno dei tuoi più amorosi,

io te ne darò quattro, più caldi di bracia.

 

Ma adesso, avendo parlato delle donne (un genere che preferisco), non posso chiudere semplicemente, passando al 21 Aprile di Roma, alla Pasqua, al ponte del 25, oppure agli uomini (Marco Aurelio, Lorenzo il Magnifico, Einstein, Mussolini, e tanti altri che ebbero a che fare con questo mese, perdoneranno il mio pesce d’aprile): per ricordare il mese gentile, resto in gentile compagnia e, nella leggerezza di un sogno che dura ancora, porto il mio pensiero verso la mitica Laura.

Francesco Petrarca la incontrò, per la prima volta, ad Avignone: correva l’anno 1327 ed era, ancora, il 6 di Aprile; subito si mise al tavolo e scrisse:

 

benedetto sia ‘l giorno, e ‘l mese, et l’anno,

et la stagione, e ‘l tempo, et l’ora, e ‘l punto, e ‘loco

ov’io fui giunto da duo begli occhi che legato m’ànno…

 

Quando lei morì, ventuno anni dopo, era - di nuovo - il 6 di Aprile; il sommo poeta la pianse… ripetendo, tra se, le parole scritte anni prima: colei che sola a me par donna…

 

 

Domenico Apolloni

 

 

P.S. (per tutti i coraggiosi che hanno letto fin qui).

 

Se qualcuno si domandasse: ma… Domenico, gli auguri di Buona Pasqua non li fa’?

Come no! Risponderei… ma li faccio senza particolare gaudio, giacché preferisco il Natale con il Panettone di meneghina memoria; questo per solidarietà verso gli agnelli: verso quei figli di pecora che – nel momento del sacrificio estremo – a Roma e dintorni, cambiano pure nome e diventano abbacchi!


MAGGIO

il mese delle rose

 

Quand’ero bambino, aspettavo maggio con malcelato interesse: in quel mese, difatti, potevo uscire anche la sera, perché c’era l’usanza di ritrovarsi, dopo cena, nelle vie del paese per cantare sotto gli altarini (qualcuno, poi, privandoli del misticismo legato a quel nome, li chiamò semplicemente “edicole”); la cosa mi garbava assai, anche se mi obbligavano a ripetere più volte le stesse preghiere: mi permetteva l’innocente trasgressione di andare a letto tardi!

Ricordo ancora quelle serate felici passate dalle mie parti, le gote arrossate delle ragazzine, il cielo luminoso e pieno di stelle; ricordo quanto mi piacesse il colore variegato dei fiori; si! Perché maggio è soprattutto il loro mese: anzi… è il mese delle rose più belle.

Forse per questo io lo preferisco a tutti gli altri: lo ritengo il tempo della preparazione, della speranza e del desiderio; lo considero come il tempo dell’attesa, del momento indefinito che appaga più di ogni cosa già fatta o ancora da fare.

Se poi, il mese di maggio è anche quello nel quale sono nate le Donne della mia vita (mia moglie Francesca e mia figlia Claudia Carlotta), io vedo la cosa come dovuta dal destino o forse voluta da me stesso: per incorniciare due compleanni a me cari, non poteva esserci mese migliore! Inoltre, a pensarci bene, nel maggio sono anche nati parenti e amici che frequento.

E queste ricorrenze superano, per me, tutte le notizie sul mese che ci fornisce la storia (peraltro, abbastanza importanti): dall’epopea dei Mille di Garibaldi (vinsero a Calatafimi il 15 maggio del 1860), alla Battaglia di Legnano (il 29 maggio del 1176, un gigantesco Alberto da Giussano, sconfisse nientemeno che un tedesco chiamato Barbarossa); dalla nascita del Machiavelli (era il 3 maggio del 1469), alla morte di Leonardo (era il 2 maggio del 1519); dal 5 maggio di Napoleone, al 24 maggio del nostro orgoglio sul Piave.

Tanti sono ancora i ricordi di maggio ed io chiedo venia se la mia penna sorvola su Costantino imperatore, Manzoni scrittore e Campanella filosofo (lasciarono questo mondo proprio nel mese di maggio); se ricorda appena Roberto Rossellini, regista e amatore impareggiabile, John Wayne, attore più grosso che grande e Mike Buongiorno, eroe della TV e non solo (nacquero, anche loro, in questo profumato mese).

Da romantico, quale mi sento, voglio – infatti - portare l’attenzione su tre matrimoni di maggio: quello del 1770 tra Maria Antonietta e il futuro Luigi XVI di Francia (la ghigliottina evitò che, in seguito, spendessero soldi per festeggiare le nozze d’argento), quello del 1836 tra l’indebitato Edgard Allan Poe e una sua cugina di soli quattordici anni (breve ma commovente fu la convivenza) e, da ultimo, quello del 1949 che fece la fortuna dei paparazzi dell’epoca, il matrimonio da favola tra Rita Hayworth (la conturbante Gilda, del famoso film) e il fascinoso Alì Khan (uno talmente ricco… da far paura).

Sono tutti importanti questi ricordi e tutti sono uniti tra loro dal misterioso filo della vita; a me però, se socchiudo gli occhi e cerco di sognare, restano in mente soltanto quelli dei fiori di maggio… dei loro profumi e colori, quelli di quand’ero bambino.

 

Domenico Apolloni


 

GIUGNO

il mese del Sole che sposa la Luna

 

 

Secondo Alfredo Cattabiani (uno studioso di simbolismo, recentemente scomparso) il mese assiste sorridendo “alle nozze dei due astri, che spargono le loro energie sui campi, tra il frinire delle cicale e il canto notturno dei grilli”.

Sembra una favola raccontata bene, ma dice cose vere e dal sapore antico; il nome stesso del mese (dal latino ianua) lascia intravedere la porta del solstizio estivo.

Sul mese c’è, comunque, un alone di mistero… un alone rinforzato da feste religiose di particolare natura: il Corpus Domini, la festa di San Giovanni e quella dei Santi Pietro e Paolo; la prima interessa da vicino il territorio della Tuscia e conserva il rituale che la vuole sempre ammantata di fiori; la seconda ha la sua stranezza, non tanto nelle lumache romane (in definitiva, sono anche buone, se cucinate bene), quanto nel fatto che ribalta i principi della liturgia cattolica (ricorda la presunta data di nascita di Giovanni Battista e non il suo dies natalis che sarebbe, come per gli altri Santi, quello della morte); la terza, infine, sovrappone il ricordo di due big della Chiesa (che, a dire il vero, non sono mai andati molto d’accordo; che, comunque, non sono morti insieme e, forse, nemmeno durante la stagione calda) a quello dei gemelli della Lupa, Romolo e Remo, dal mondo antico celebrati proprio alla fine di giugno.

Il nostro bel mese si distingue anche per l’alto indice di gradimento raggiunto da quasi tutti gli eventi che lo affollano; sarà per questo, che Margaret Mitchell ebbe a sollecitare l’Editore perché il suo “Via col Vento” uscisse nelle librerie entro il giugno del 1936? (ci riuscì per un pelo: il lancio avvenne soltanto il 30 e la stampa pubblicò la notizia sui giornali della sera).

Al mito della buona sorte non si sottrasse il Duomo di Milano (la prima pietra è del 18 giugno 1386) e nemmeno Gino Bartali (il suo primo Giro d’Itala lo vinse il 7 giugno del 1936); il primo, rimasto nel cuore di tutti i Milanesi, è gradito perfino ai Giapponesi; il secondo ha addirittura guadagnato l’aureola di eroe nazionale.

E, nel mese della porta, nacquero pure tre persone che ebbero tanta fortuna: lo stravagante Rousseau (abbandonò i cinque figli avuti dalla sua Therese, una donna di basso profilo culturale, che a volte, forse spesso, lo tradiva pure), Enrico VIII Tudor (fondò la Chiesa Anglicana e generò Elisabetta, la furba regina che faceva fregare i carichi d’oro alle navi spagnole, dicendo in giro che lei non c’entrava per niente) e, anche, la bellissima creola Giuseppina (vedova e trentenne, con un solo sguardo fece impazzire d’amore nientemeno che Napoleone).

Sono tre personaggi che colpiscono ancora la mia fantasia; J.J. Rousseau, perché piangeva ogni volta che concludeva una sua opera; Enrico, perché si dispiaceva sempre quando mandava a morte qualcuno (al turno della quinta moglie, una ventenne assatanata che frequentava il letto di tutti fuorché il suo, si disperò addirittura); Giuseppina, perché ebbe a confidare: <ho sposato Napoleone, giudicandolo in grado di pagare i miei debiti> (la replica fu secca: <l’ho sposata, ritenendola molto ricca>).

Peraltro, la fortuna del giugno non sempre ha colpito il centro: anzi, con Garibaldi, fece proprio cilecca; nel 1856 incontrò Giuseppina Raimondi (fu amore a prima vista, anche se la ragazza aveva diciassette anni e lui cinquantadue). Il Generale la corteggiò discretamente e lei – in quel giugno insolitamente caldo – ne fu lusingata.

Andarono a nozze tre anni e mezzo dopo, ma durante il pranzo, che seguì la cerimonia, uno svenimento della sposina denunciò platealmente la sua gravidanza; Garibaldi la piantò prima di tagliare la torta: quel figlio non era suo ma di un Tenente di Cavalleria! La giornata festosa… terminò tra insulti e pianti.

 

Domenico Apolloni


 

ESTATE

una stagione d’amare…..o, magari,… d’amore?

 

<ventique calore deficiunt neque sunt tam denso corpore nubes> (Tito Lucrezio Caro – VI “De Rerum Natura”)

 

Con la sua pennellata d’artista (<d’estate tacciono i venti e le nubi non sono mai così dense>), il poeta latino disegnò i contorni di una stagione unica: quella delle giornate calde e delle notti stellate, dei brevi ma intensi amori (dopo, però, morì suicida… poco più che quarantenne; forse, impazzì per l’effetto di una bevanda preparata dalla sua donna!).

Si…l’estate! Una stagione dal sapore particolare, che affascina più delle altre perché arriva all’improvviso, portando con se il solo bagaglio a mano: sa di fermarsi poco! Io vivo con gioia questo suo frettoloso divenire e compatisco chi, per motivi di latitudine, non possa provarlo; è un piacere impalpabile…mi arriva sulla pelle e mi entra nel cuore. Dell’estate, a me piace soprattutto la controra: quello spazio del primo pomeriggio, con lettura rovesciata delle ore, che spinge da sempre al riposo (e la cosa viene meglio…se fatta in compagnia). Adoro pure le sue serate, trascorse al fresco in giardino, tra il canto d’amore delle cicale o davanti al mare, con gli occhi puntati alla spuma bianca delle onde e l’udito teso al rumore lieve delle acque sulla sabbia; ricordo volentieri il gusto improbabile di un sigaro, fumato davanti alla meravigliosa vetta del Cervino, appena rischiarata da timidi raggi di luna.

Eppure, una cinquantina d’anni fa’, Bruno Martino ebbe il coraggio di cantare: <Estate, sei calda come il bacio che ho perduto… Odio l’estate… il sole che ogni giorno ci scaldava… tornerà un altro inverno… cadranno mille petali di rose… la neve coprirà tutte le cose… e forse un po’ di pace tornerà. Odio l’estate che ha dato il suo profumo a ogni fiore… per farmi poi morire di dolore>.

Ancora oggi capita di sentire la sua canzone…il racconto di un amore perduto al primo soffio d’autunno; lui trasmetteva l’idea che l’estate fosse la stagione degli amori brevi, delle conoscenze effimere; la metteva in parallelo con la fretta di chi non ha tempo e vuol fare tutto… ma di corsa, lasciandosi dietro il nulla!

Questo succede talvolta ma non è, assolutamente, una costante: l’estate, secondo me, non si merita tale vestito, anche perché sarebbe troppo stretto e mostrerebbe male le sue forme rotonde. Mi spiace contraddire un mito della mia gioventù, mandare in soffitta il pensiero di lunghe notti trascorse ballando alle Grotte del Piccione, nel ritmo scandito dalla sua voce…ma io non me la sento proprio di odiare l’estate!

L’estate…è una stagione d’amare! Si…anche da premiare per i suoi mesi ridenti, dal giugno dei fiori al rutilante luglio che tutto avvampa, fino all’agosto del Leone, che vide nascere Coco Chanel (<una che vestiva le donne di profumo e che di anni ne dichiarava sempre e soltanto trenta>) e Leo Longanesi (<uno che dava del “tu” all’ironia e che, al funerale di una coppia, ebbe a commentare: “Vissero infelici… perché costava meno”>).

L’estate…è una stagione d’amore! Si…è incredibile ma vero: Cupido colpisce spesso e volentieri d’estate! La sua freccia ferì anche un Garibaldi cinquantenne: era la fine di giugno, quando conobbe Giuseppina Raimondi… se ne innamorò all’istante ma attese più di tre anni per sposarla (lei era minorenne); non aveva previsto che il pranzo di nozze sarebbe finito tra insulti e pianti (la sposina era incinta…ma di un altro).

Quanto è bello innamorarsi d’estate! Ogni fatto acquista valore ma resta leggero, come una fresca bevanda senza tasse aggiuntive, come un piatto di spaghetti (“pomodoro e basilico”) gustato davanti al verde di un prato; innamorarsi e passeggiare, poi… all’aria aperta… mano nella mano… in città o davanti al mare, sui sentieri di montagna, sui viottoli di campagna; soli… tra tanta gente, soli con il proprio amore!

Ah... l’amore! Costa poco e rende assai: potrà, senz’altro, farla da protagonista questa estate, quando tutto sarà permesso… purché sia a buon mercato. Come il gelato variegato e il prosecco ghiacciato, il pantalone corto e l’ombelico esposto, il motorino guidato “a manetta” e la bicicletta spinta da pedalata stanca; nei ristoranti ci sarà sempre posto, le barche e le auto di grossa cilindrata, osservate da Guardie indaffarate, si ritroveranno allegramente nelle rade e nei parcheggi (in dolce attesa che il carburante scenda di prezzo). Perché sarà un’estate come quella di tanti anni fa’; un’estate che ci farà sentire, ancora, “Poveri ma Belli”.

 

Domenico Apolloni


 

Luglio

il mese che “avvampa”

 

Per noi della vecchia Europa, ma anche per tutti quelli che alloggiano a nord dell’equatore, luglio è il mese del caldo violento, del colore dorato nei campi, delle pesche più buone; è il mese dell’abbronzatura, delle scuole chiuse, delle vacanze migliori, delle amicizie riscoperte o addirittura cercate; eppure, è un mese di lavoro intenso, nel quale è anche bello passare il tempo libero senza avere attorno nessuno, magari soltanto per pensare.

A prova di questo, io ricordo ancora di come stavo bene nell’afa di una straordinaria Milano degli anni ottanta, con moglie e figli al mare. Di quando mi cucinavo la cena a base di pomodori e simmenthal, con la variante di prosciutto e melone (quel rito, peraltro, durava poco più di una settimana: riempito il lavello di piatti sporchi, abbandonavo l’idea della sera solitaria e me ne andavo al ristorante). Di quando mi ponevo il dilemma su quale preferire tra il mare e la montagna (sorridendo, nel mio sognare ad occhi aperti, mi convincevo che il mare chiassoso è per le donne dal fisico tornito: quelle meno provviste di ciccia nei punti giusti vanno volentieri in montagna, dove possono restarsene in pace e, soprattutto, vestite).

Del resto, luglio è il mese estivo per eccellenza (il vocabolo “estate” è figlio del termine latino aestas, che stava proprio per vampa); è il mese nel quale sono permesse tante cose, anche trasgressive, come mangiare gelati senza curarsi della forma; è il mese del cielo più blu e delle stelle più luminose, è il mese che apre al segno del leone ruggente e socchiude indulgente gli occhi a chi non deve controllare troppo i dintorni.

Eppure, nonostante un clima poco alleato della fatica e favorevole al riposo, sono diversi i fatti laboriosi caduti nel mese di luglio:

  • i francesi hanno assaltato la Bastiglia; tre secoli prima avevano addirittura ingaggiato battaglia (in quel di Fornovo) con popolazioni italiche stranamente unite (di questo si meravigliarono perfino i giovanissimi comandanti dei due schieramenti: il basso Re di Francia Carlo VIII e il Francesco Gonzaga seguito a vista dall’esperto zio; difatti, non è ancora dato sapere chi dei due avesse vinto la tenzone);
  • gli inglesi hanno decapitato Thomas More (il Tommaso Moro dell’Utopia), un antidivorzista che la Chiesa si ricordò di santificare soltanto quattro secoli dopo la funzione funebre allestita per lui;
  • gli americani hanno assistito, sbigottiti, al suicidio del loro Nobel per la letteratura, il grande Ernest Hemingway (da noi, questo non succede proprio);
  • gli italiani del 1900 hanno saputo dei colpi di Gaetano Bresci che uccisero il baffuto Re Umberto I a Monza (sembra che furono in pochi a restarne dispiaciuti, forse nemmeno la moglie/cugina Margherita dalle gambe corte, forse nemmeno la matura amante Eugenia Litta, che di letti ne aveva collaudati tanti).

A me, invece, che vorrei consumare le giornate di luglio seduto al bar, davanti a un generoso bicchiere di fresca bevanda, questo bel mese porta in mente la filosofia di un popolo di rara simpatia e sapienza, quello napoletano. A Napoli, in luglio scatta la controra, una consuetudine da tutti osservata, una legge che vieta di lavorare, camminare e, perfino, parlare dalle due alle quattro di pomeriggio, durante le ore che andrebbero lette a rovescio come se fossero notturne…, durante le ore della controra.

Comunque sia, io considero luglio un mese da ricordi felici, poiché ha visto nascere il mio primo figlio e il mio primo nipote; per me che amo i libri (specialmente quelli scritti dagli altri), è anche il mese che (nel 1896) si portò via Enrichetta Beecher Stowe, colei che scrisse un’opera sicuramente amata da intere generazioni: la Capanna dello zio Tom.

Quel libro, tradotto in ventidue lingue, ha fatto più di qualsiasi governante per l’emancipazione degli umani; lei, l’Autrice, se ne rese conto tredici anni prima di andarsene da questo mondo, se ne accorse al funerale del protagonista di quel suo fortunato romanzo, dell’uomo di 93 anni che – per gran parte della sua vita – era stato uno schiavo.

 

Domenico Apolloni


 

Olimpia Maidalchini Pamphilj

Una donna che fu “Premier” senza averne il titolo

 

Nella Roma di oggi, pochi tra quelli che quotidianamente percorrono la via “Donna Olimpia” (una strada lunga e larga che attraversa il quartiere “Monteverde”, dove spesero la propria vita i garibaldini del 1848) conosce questo personaggio, richiamato alla memoria da amministratori comunali d’altri tempi. I più informati, collegano il nome a qualcuno dei Pamphilj (dato che la via inizia proprio dalla Villa che porta quel nome e che, nel passato, apparteneva a quella casata), poi, niente più: eppure, Donna Olimpia, tenne saldamente nelle sue mani il governo di Roma per quasi un ventennio; con lei, i maggiori artisti del 1600 (il secolo nel quale visse) riempirono la città dei loro capolavori; con lei, il Giubileo del 1650 si trasformò nel primo vero congresso dei regnanti europei e rafforzò la sua posizione di evento finanziario e mondano; con lei, le prostitute ebbero a disposizione i primi bordelli con ambienti adatti all’esercizio del mestiere, in piena pulizia e sicurezza sanitaria.

Forse, questo disinteresse dei romani per Donna Olimpia è dovuto al fatto che lei non è mai stata una di loro: lei era una burina della Tuscia, che aveva fatto carriera con le proprie forze e senza aiuti; soprattutto, era una che lavorava sempre e non sopportava i nullafacenti.

Ma anche ai suoi tempi, Olimpia non attirò simpatie: prima, venne chiamata la Cardinal Padrona, poi la Papessa, poi ancora la Pimpaccia; le sue dispute con la moglie di suo figlio (un’altra Olimpia, ma di casa Aldobrandini) movimentarono il pettegolezzo dei salotti romani; gli acquisti di titoli nobiliari che fece per se, non vennero mai giustificati; la sua cupidigia non restò inosservata e non venne mai passata per “senso degli affari”.

Nessuno, in quel fortunato 1600, riconobbe le doti di Donna Olimpia, la sua intelligenza e la sua determinazione, il suo amore per la città di Roma; pochi vollero apprezzare il suo frenetico attivismo nel ripristinare palazzi e castelli, nel costruire una piazza Navona da manuale (con la Basilica di Sant’Agnese e la fontana dei Quattro Fiumi, che furono teatro di dispute tra Bernini e Borromini); soltanto alcuni contemporanei illuminati ammisero che le cose buone fatte dal Papa Innocenzo X, sia quelle di politica estera che quelle legate alle migliorie architettoniche dell’Urbe (dal restauro della Basilica di San Giovanni in Laterano, alla sistemazione igienica delle Carceri Nuove di via Giulia), furono realizzate dietro consiglio e intervento diretto di sua cognata: appunto, della Papessa Donna Olimpia.

Di lei si vide, e si ricorda ancora, soltanto il negativo: fu detto che, durante i lavori in Laterano, abbia rubato una cassetta di preziosi rinvenuta nella demolizione di un muro; fu raccontato che, nel corso del “suo” Giubileo, accettasse tangenti e lucrasse sulle indulgenze, favorita dal fatto che la folla dei postulanti era talmente numerosa da richiedere l’intervento delle truppe pontificie per tenerla a bada; da cronisti del tempo, fu riportato che i bordelli romani fossero quasi tutti di sua proprietà; da storici di fede, venne scritto che la distruzione di Castro (feudo dei Farnese) derivasse dal consiglio dato da lei stessa al cognato Papa, per una personale vendetta verso la nuora; costei, infatti, era amica e parente dei Farnese e, sembra, che questi ultimi abbiano spinto suo figlio Camillo (un giovanotto di 25 anni, colto, raffinato e già Cardinale) tra le braccia della coetanea Aldobrandini, per giunta brutta e anche vedova, favorendo – così – la rinuncia di lui all’abito talare e alla sognata carriera in Vaticano.

Io la penso diversamente e ritengo che Donna Olimpia meriti ampiamente una laurea honoris causa, magari dalla “Bocconi”, per aver anticipato di tre secoli e mezzo il credo del manager moderno; si, la nostra superdonna aveva in testa le teorie dello sviluppo e della gestione oculata del profitto senza aver frequentato una scuola di “direzione aziendale”; in poche parole, aveva le idee chiare su tutto e, se avesse anche profittato della posizione sociale per arraffare qualcosa o molto che sia, occorrerebbe pur considerare gli usi e costumi dell’epoca e tener conto delle attenuanti generiche dovute a chi opera per il benessere della propria famiglia (con i frutti del suo lavoro sono campate agiatamente diverse generazioni di Pamphilj e questo lo sanno bene i discendenti diretti, compresa l’attuale regina del Belgio, la bella e dolce Paola Ruffo di Calabria)! Del resto, riguardo agli usi dell’epoca, sarebbe giusto ricordare che il primo atto da Papa del cognato di Donna Olimpia, fu quello di denunciare il suo predecessore Urbano VIII (il Papa Barberini) per appropriazione indebita.

Sostengo la mia tesi, non tanto per difendere una della mia terra, ma perché io amo l’avventura e ammiro chi la insegue: e Donna Olimpia fu un’avventurosa piuttosto che un’avventuriera; la sua vita sembra che l’abbia disegnata addirittura il grande Salgari!

Nacque a Viterbo il 26 maggio del 1592, un secolo dopo la scoperta dell’America, da un tizio di Civita Castellana che, partendo come dipendente di un signorotto (del quale gestiva le risorse finanziarie), era diventato “padrone” sposandone la figlia; non era molto bella, anche se alta, mora e – nel complesso – piacente (gli anni la trasformarono in una matrona abbondante, con il doppio mento e lo sguardo duro); era comunque decisa e disinibita fin da giovanissima, tanto che – per evitare il convento propostogli dal padre – si inventò di essere stata oggetto di molestie sessuali da parte del suo frate confessore.

Prima dei diciotto anni sposò un vecchio ma benestante viterbese che, tre anni dopo, la lasciò vedova e ricchissima; a quel punto usò la sua fortuna per conquistare una posizione sociale di rango: adocchiò e sposò quasi subito il nobile Pamphilio Pamphilj, che era poco ricco ma aveva tanto sangue blu nelle vene, trentanni più di lei e, soprattutto, aveva un fratello minore prete, che prometteva bene e aveva una carriera ecclesiastica sicura davanti a se.

Certamente, la ventenne Olimpia aveva fatto bene i conti: quel marito cinquantenne l’avrebbe lasciata libera prima che fosse diventata vecchia e quel cognato, brutto come pochi, sarebbe stato un ottimo investimento per i suoi soldi; infatti, malgrado le maldicenze, tra Olimpia e Gian Battista (il cognato e futuro Papa Innocenzo X) ci fu soltanto affetto, amicizia e calcolo; per i suoi svaghi di sesso, Olimpia poteva disporre di tanti giovani e non aveva certo bisogno di ospitare nel letto un tizio che aveva comunque diciotto anni più di lei e replicava il marito legittimo, in quanto a mancanza di fascino virile.

I primi veri frutti del suo investimento, Donna Olimpia li raccolse dopo diversi anni, nel 1629, quando quel cognato diventò Cardinale; dopo una decina d’anni, nel 1639, gli morì il marito e lei fece subito sposare sua figlia Flaminia al ricco Giustiniani (quello del Palazzo di Bassano Romano) per dedicarsi interamente alla cura del “cognato Cardinale” (il secondo figlio Camillo, era ancora minorenne e poteva attendere il proprio turno).

Finalmente, nel 1644, il cognato, ormai settantenne, diventò Papa; Olimpia gli fece subito firmare la nomina a Cardinale per suo figlio Camillo (ormai aveva ventidue anni) e si dedicò anima e corpo all’hobby dell’architettura (il suo pupillo Bernini, ne ebbe gran giovamento).

Ricordando le sue origini viterbesi, volle anche “prender casa” dalle sue parti: così si fece regalare dal Papa il borgo di San Martino al Cimino e lo ricostruì interamente con l’aiuto di Marcantonio De Rossi e i consigli “rubati” sia al Bernini che al Borromini (le casette a schiera e il disegno del paese, testimoniano ancora la perfezione del primo piano regolatore della storia); poi pensò a popolarlo, prendendosi una cinquantina di galeotti dal vicino carcere di Civitavecchia e prestando loro una sessantina di prostitute, iscritte nel proprio libro paga; a tener buona quella combriccola, mandò un boia in pensione con l’incarico di Primo Cittadino e con l’ordine di mostrare, di tanto in tanto, l’attrezzo del suo passato mestiere. Per se, fece costruire un palazzo vicino all’Abbazia dei Certosini; però lo volle alto come la Chiesa, fregandosene allegramente dell’estetica.

Tre anni prima del Giubileo (che segnò l’apoteosi del suo successo), si prese il primo schiaffo della vita: suo figlio Camillo, come già detto, lasciò la carica di Cardinale per impalmare un’altra Olimpia, la Aldobrandini. Dopo alcune schermaglie tra le due donne, arrivò una tregua concordata: la nostra Olimpia convinse la nuora/rivale a togliersi dai piedi e la mandò a vivere col marito/figlio nella splendida villa di Frascati.

Poi, come per tutti, arrivò l’epilogo: ai primi di gennaio del 1655 il Papa Pamphilj morì e Donna Olimpia venne invitata – dal nuovo Papa – a sgomberare presto dal palazzo di Piazza Navona (dove aveva vissuto per tanti anni) e a restituire alla Chiesa il denaro accumulato.

A dire la verità, sotto le finestre del suo palazzo ci fu una vera e propria sollevazione popolare, suffragata dall’invidia di tanti e dalla vendetta dei Barberini; ma, anche quella volta, Olimpia non si dette per vinta: se ne andò altezzosa nel suo rifugio di San Martino e chiarì che non avrebbe restituito nulla a nessuno. A darle una mano in questo progetto, ci pensò la morte che, rapida e silenziosa, arrivò due anni dopo, sulle ali nere della peste (correva l’anno 1657 e la nostra Olimpia aveva appena raggiunto i sessantacinque anni).

Quando a Roma si sparse la notizia, qualcuno attaccò sul Pasquino (la famosa “statua parlante”) un foglio con queste parole, forse ingiuste se non bugiarde: chi dice donna dice danno / chi dice femmina dice malanno / chi dice Olimpia Maidalchina / dice danno, malanno, peste e ruina”.

 

Domenico Apolloni (dal suo libro “Donne & Dintorni…”)


 

Charlotte Corday

la donna che uccideva nel mese di luglio

 

Il caldo di un’estate violenta, avvolgeva Parigi già dalle prime ore del mattino; Jean Paul se ne stava immerso nella tinozza e rileggeva per la terza volta l’articolo scritto il giorno prima: gli piaceva indugiare nell’acqua ormai tiepida, dove la sua pelle malata trovava sollievo, ma aveva anche una certa fretta, perché quel manoscritto lo doveva consegnare verso l’ora di pranzo. Il foglio di carta che teneva in mano, riportava uno dei suoi soliti pezzi da sobillatore; però… non lo convinceva. C’era tutto il rancore che covava verso il Mondo, ma non lasciava intendere, in maniera convincente, la sua sbandierata amicizia verso il Popolo della Rivoluzione: per questo, non lo riteneva adatto al Giornale di cui era Direttore e Proprietario! Forse, durante la rilettura, si rendeva conto da solo di quanto sia difficoltoso camuffare un sentimento falso del proprio animo e cercare di presentarlo come vero.

Del resto, quel mezzo intellettuale di Marat lo conoscevano tutti per quello che era: infatti, contava pochi seguaci; in giro si diceva che avesse più nemici che amici per i suoi trascorsi da terrorista e che, addirittura, tutte le battaglie a favore dei diritti del popolo le avesse combattute unicamente per farsi notare. Quella di farsi notare, sempre e comunque, era una sua fissazione! Jean Paul, nato cinquant’anni prima in Svizzera (da padre Sardo), per far dimenticare le sue radici, aveva anche collegato alla lingua francese il proprio nome di Giampaolo e, per civetteria, aveva pensato bene di completare l’opera, aggiungendo la consonante finale al vero cognome, che era quello di Mara.

Nell’afa mattutina di un 13 luglio da ricordare (correva l’anno 1793), Jean Paul Marat era solo in casa e non aspettava nessuno: sua sorella era andata a far la spesa nel vicino mercato. Carlotta (a questo punto mi viene spontaneo il vezzo di italianizzarne il nome, per una postuma vendetta verso quel giornalista di mezza tacca, che aveva modificato il suo vero nome), non trovando ostacoli, si orientò presto, dirigendosi verso la stanza da letto del suo condannato, con tutta l’imprevedibile determinazione che sovente alberga nelle donne dai lunghi capelli biondi e dai bellissimi occhi azzurri.

Quel giorno, lei aveva la metà esatta degli anni di Marat; il suo sangue normanno, antico e nobile, ribolliva nelle sue vene: chissà se sapeva di poter contare, davanti a se, soltanto altri quattro giorni di vita! Elegantemente vestita di bianco e pallidissima, vibrò con forza insospettabile le pugnalate che ferirono a morte il suo nemico: durante il processo sommario che seguì al fatto, disse soltanto che la sua mano era stata giustiziera, non vendicatrice. Tutta la scena è ancora raccontata, con grande impatto drammatico, da due intramontabili dipinti: quello del David, dove Carlotta mostra il pugnale alzato, ma non guarda il volto grigio dell’uomo afflosciato nella vasca e quello dell’Agneni, nel quale Carlotta dirige l’attenzione verso Marat, caduto a terra nel vano tentativo di fuga; entrambi, trasmettono un fluido di simpatia contagiosa verso la donna.

Una simpatia istintiva; la stessa che colpì la Parigi di quattro giorni dopo, quando il boia raccolse dal cesto della ghigliottina la testa di Carlotta per mostrarla alla folla; la stessa che provò Andrea Chenier, davanti allo spettacolo oltraggioso offerto dal boia gratuitamente e fuori copione (sollevò il capo mozzato di Carlotta e lo schiaffeggiò ripetutamente, sorridendo compiaciuto); purtroppo, la simpatia per Carlotta non portò fortuna nemmeno al poeta Chenier, che per lei scrisse l’ode celebrativa: anche lui sarebbe morto di ghigliottina l’anno seguente, pochi giorni prima di Robespierre, il collega intelligente di Jean Paul Marat.

 

 

Domenico Apolloni (dal suo libro< Donne & Dintorni…>)


 

Agosto

il mese della “canicola”

 

Pensando al mese di Agosto, mi viene in mente il giovane Paul Newman del film la lunga estate calda, la sua cravatta di cuoio strettissima, il suo sorriso beffardo; Agosto è come lui: viaggia per proprio conto nei nostri cuori e promette cose che difficilmente riuscirà a mantenere. Come gli amori nati da un’occhiata furtiva, incede timido e poco sicuro di se; come il fulvo leone di cui porta il segno, non si concede pause, scuote la testa e guarda altrove.

Ha un nome imperioso, anzi imperiale; Agosto ricorda Augusto, il grande Presidente della Repubblica di Roma rieletto sempre a ogni scadenza di mandato e da tutti ritenuto l’Imperatore della pace e della prosperità ma, anche l’inventore delle vacanze senza la pena di doverle programmare (si… perché ognuno si riposava in casa propria e non affollava strade o alberghi). Agosto, però, ha pure un nome plebeo che, addirittura, precede quello regale: è il mese della canicola e, questo nomignolo, lo prese dalla stella più luminosa del firmamento, da Sirio detta anche il Cane, la stella che in tempi remoti (prima che qualcuno sconvolgesse il calendario) si levava all’arrivo del mese e con esso se ne andava. Oggi non c’è più la Sirio luminescente a scandire l’arrivo di Agosto: gli scienziati l’hanno spostata di periodo; di essa è rimasto in memoria soltanto un sostantivo: la canicola, appunto; forse gli stessi scienziati se lo sono dimenticato apposta nei paraggi di Agosto, come quel vacanziere che lascia il proprio cane al primo distributore di benzina.

Mese di grandi battaglie (Termopili, Farsalo, Canne e, perché no, San Quintino), di grandi Santi (San Rocco, San Lorenzo e il mio San Domenico), di stelle cadenti e di gelati al limone, Agosto è anche il mese del detto “moglie mia non ti conosco”; forse è perché ha un carattere scanzonato, che questo mese ha visto nascere personaggi del calibro di Aldo Palazzeschi, Sibilla Aleramo, Peppino De Filippo e Cocò Chanel, una che vestiva le donne di solo profumo e che di anni ne dichiarava sempre e solo trenta? Che ha visto nascere (1915) e morire (1982) nello stesso giorno (il 29) la stupenda e “tre volte oscar” Ingrid Bergman (1,75 cm di pura carne svedese)?

Era pure la fine di Agosto quando, nella Romagna solatia, terra di allegri briganti, nacque Leo Longanesi (a Bagnacavallo, nel 1905), uno che all’ironia dava del “tu” e che vantava un compaesano di rispetto: tale Giuseppe Pelloni “il Passator Cortese, re della strada, re della foresta”; erano ancora gli ultimi giorni di Agosto quando, nella Napoli di fine 700, impiccarono Eleonora de Fonseca Pimentel, quella bella mora formosa, dai capelli ricci e dalla bocca sensuale, che fu la musa ispiratrice dell’effimera Repubblica Partenopea.

Tra i fatti del mese, però, io ne voglio ricordare particolarmente uno: era il 25 Agosto del 1984 quando un uomo grasso e alcolizzato moriva a Bel Air, lasciando orfana una moltitudine di lettori. Quell’uomo si chiamava Truman, di cognome faceva Capote, ma quel cognome gli era stato comunicato al telefono dalla madre ninfomane e non era affatto il suo. Aveva scritto tanti racconti, aveva avuto tanto successo con “il buio oltre la siepe”, “colazione da Tiffany”, e “musica per camaleonti”. Il racconto della sua vita, di tutta la sua esistenza terrena, sarebbe diventato un romanzo avvincente, ma lui non ebbe la voglia di scriverlo.

 

 

Domenico Apolloni


Settembre

nostalgia d’estate

 

Settembre trova tutti, o quasi, con meno soldi e maggiori esigenze; ancora non fa freddo, ma le notti sono più lunghe e spingono nei sogni la nostalgia di una stagione finita troppo presto, di passioni consumate in fretta, di scarpe comode e di abiti leggeri. Forse perché l’estate, pur nell’epoca delle vacanze distribuite, resta nell’immaginario come la parte migliore dell’anno!

A me, Settembre piace poco: lo considero il tempo delle conclusioni e, se mi fosse richiesta una scala di preferenza, in cima alla classifica ci metterei addirittura il mese che precede il periodo estivo, ci metterei il Maggio dei fiori e delle speranze, il Maggio delle intenzioni. Si… farei proprio così! Per il semplice fatto che nei passaggi normali del quotidiano, come nel sesso, il turbamento del “prima” supera spesso quello del “durante” e, quasi sempre, le emozioni del “dopo”.

Piacque poco anche a Pio IX, quel marchigiano testardo che governò la Chiesa durante il Risorgimento e salì frettolosamente sulla carrozza diretta in Vaticano, dopo aver sentito dire da un corriere trafelato che i bersaglieri di Cadorna stavano demolendo il muro adiacente a Porta Pia; quel 20 Settembre era talmente nervoso che, fatti pochi metri, ordinò al vetturino di fermarsi, per dargli modo di scendere e chiudere personalmente il portone del Quirinale. Fatto questo, buttò via la chiave. C’è da capirlo! Del resto, lasciava una residenza arieggiata per una meno confortevole. Ma dello scherzo di quel Settembre 1870, se ne ricordarono alcuni Romani dieci anni dopo, quando la salma del defunto Papa fu trasferita nella Basilica di San Lorenzo al Verano: spintonando il corteo sul Ponte Sant’Angelo, quel gruppo di gente allegra cercò di far cadere la bara nel Tevere.

Fu ancora un mese funesto per il figlio del Papa Paolo III, quel Pierluigi Farnese che i piacentini buttarono giù dalla finestra nel 1547 e per Beatrice Cenci, che dignitosamente offrì la testa al boia nel 1599; ma la sfortuna maggiore questo mese la riservò alla moglie dell’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, alla bellissima Elisabetta di Baviera, più conosciuta come “l’ex Principessa Sissi”: nel Settembre del 1898, l’Imperatrice fu scelta come riserva di un attentato fallito e cadde sotto le pugnalate dell’anarchico Luccheni, mentre passeggiava per Ginevra; poveretta, non gli riuscì d’essere protagonista nemmeno durante la scena finale della sua vita!

Eppure il Settembre, da taluni parificato al triste Novembre, non fu sempre negativo: a Maria Teresa, la moglie spagnola del futuro Re Sole, sicuramente portò bene. Peraltro, aveva cominciato male nascendo nell’Escorial, il palazzo più lugubre del Mondo; correva il settembre del 1638 e faceva molto caldo; cinque giorni prima, in Francia, era nato suo cugino Luigi, quel parente che sposerà senza averlo mai conosciuto e senza prevedere l’intesa fisica che avrebbe trovato con lui. Da moglie subita, diventò presto moglie amata e dette al suo Re ben sei figli, rimanendo al suo fianco per ventitré anni e sopportando con decoro tutte le sue amanti; era bassetta e grassottella, ma era sempre sicura di se; il suo forte stava nella bocca carnosa, che mostrava chiusa con posa talvolta eccitante, per nascondere la scarsa presenza di denti.

Ma il Settembre che apre l’autunno, è anche il mese nel quale morì Dante Alighieri e nacque Goffredo Mameli, il figlio di una donna che preferì un bel marinaio come marito, piuttosto che cedere al triste spasimante Mazzini, il genovese che venne a morire nella Roma del 1848, dopo aver chiamato “Fratelli” tutti gli Italiani.

Per me, che sono nato nell’Antichissima Città di Sutri, è anche il mese della Sagra del Fagiolo e di Santa Dolcissima, una martire del primo Cristianesimo della quale si sa poco o niente, ma che viene venerata con gelosa devozione; per i Viterbesi è il mese di Santa Rosa, una Santa che si è guadagnata il titolo per acclamazione popolare, difatti il processo di santificazione non si è mai concluso; per il popolo Napoletano, ovunque domiciliato, è il mese di San Gennaro, uno che a Napoli c’è andato soltanto dopo morto, dato che venne decapitato in periferia, nella Pozzuoli della sempreverde Sophia Loren. Sembra che San Gennaro ci sia rimasto molto male per quel tipo di morte, deciso in fretta - come sostitutivo del programmato spettacolo con l’intervento di belve affamate - per il mancato arrivo di un “politico” del tempo: il suo sangue, infatti, vive tuttora.

 

Domenico Apolloni


 

con l’AUTUNNO… mi ritrovo romantico!

 

<L’estate che fugge è come l’amico che parte>. Così scrisse Victor Hugo… ma il saluto a chi parte, spesso frettoloso per mascherare una spontanea malinconia, lascia comunque un po’ di tristezza nel cuore. Arriva l’Autunno… si porta dietro quel certo languore, evocato da Paul Verlaine nella sua poesia più attraente: quel sottile turbamento, aggiuntivo alla tristezza velata del saluto, t’invade pure quando l’estate in fuga, dimentica del suo sfolgorante passato, se ne va… come sospinta dal tocco lieve di tante foglie ingiallite che ti cadono addosso, dalle precoci ombre della sera che spostano, nell’angolo più remoto della tua memoria, perfino il canto d’amore delle cicale.

Autunno di nostalgia… ha preparato per tempo i bagagli e arriva con i suoi colori assurdi… reclama un posto d’onore, tra le quattro stagioni, perché ha nella borsa i chicchi dorati dell’uva, il profumo intenso dei funghi… le olive verdi e dure… le castagne, affacciate in modo provocante sul bordo dei loro ricci protettivi.

Pretende un piazzamento di riguardo, nella classifica del tempo, sul quale non sono d’accordo in tanti… allora, lui – l’Autunno orgoglioso – la butta sul romantico e cerca il supporto della nebbia che sfuma ogni cosa… della pioggia che batte lieve e continua, forse soltanto per mantenere le distanze da quella irruente della fresca primavera o della rutilante estate (<è la pioggia che va’… >, cantava Shel Shapiro con i suoi “Rokes”, verso la metà degli anni sessanta).

Autunno… cara stagione dalle umide pieghe: ma perché ti devo amare? Cominci la tua discesa dalla fine di Settembre: da quei giorni che rapirono alla vita Elsa Morante (era il 1985 … a lei, che preferiva starsene seduta al bar, non le riuscì d’invecchiare); subito, senza dar spazio alla riflessione, ci consegni, dapprima, l’Ottobre, il mese “di mezzo” (<come tutti i mediani, si pone a cintura tra l’estate e l’inverno> ebbi modo di scrivere), poi il Novembre della “nebbia fitta in Val Padana” (<comincia spesso bene per chi lavora, con il “Ponte dei Morti” che manda tanta gente in vacanza e sempre meno a visitar cimiteri; termina ricordando un Santo che la sapeva lunga su “lavoro & derivati”, quel Sant’Andrea che seguì Gesù dicendo agli altri: “meglio che lavorare… “> come, ancora, scrissi una volta) e, infine, quel pezzo del Dicembre festoso, con addosso i panni di lana e in mano il passaporto per l’inverno.

Sarà per i ricordi piacevoli che spingi nella mia memoria? Ricordi del tempo andato che mai più ritornerà; ricordi che indugiano nella mente col favore di lunghe serate, di stelle che presidiano a lungo il tuo calendario? Ricordi che non trovarono spazio nella Primavera della speranza, nell’Estate subito dimenticata (come lo sconto di fine settimana sul prezzo della benzina), che non lo troveranno nemmeno nell’Inverno troppo impegnato (tra Natale, Capodanno, gare di sci e balli di Carnevale).

Beh… se questa fosse la ragione, mi rassegno e cercherò d’amarti cominciando un po’ per volta. Magari, volgendo lo sguardo agli Autunni romani di quando avevo vent’anni e tanti sogni nell’animo, di quando frequentavo la Dolce Vita e parcheggiavo davanti alla Fontana di Trevi, di quando facevo il giro serale delle fontanelle e cercavo la straniera da abbordare.

Era bello l’Autunno d’allora! Si mangiava nei tavoli all’aperto di Trastevere fino a metà novembre; le serate duravano dalle sei alle otto ore, ogni albero spoglio del Lungotevere offriva un riparo sicuro per darsi baci, lunghi e appassionati. Oppure, ripensando agli Autunni della maturità trascorsi a Milano; a quando, sempre di corsa, vivevo ogni attimo senza ombrello (col cappello a falde e il redivivo loden); a quando, di sera, passavo veloce in Galleria per quattro saluti e, poi, acquistata l’ultima edizione del giornale La Notte, me ne scappavo subito a casa: c’era, in attesa, la mia famiglia e, soprattutto, c’era la TV a colori senza telecomando (comprata a rate presso La Rinascente).

Eppure, restando su Milano anche per evitare argomenti esauriti come l’Autunno caldo e l’Autunno disperato o sfiorito dell’anno in corso, questa è una stagione d’amare per i suoi effetti magici.

Un Amico, che all’ombra de La Madunina c’è rimasto, mi aiuta dicendomi: <Ti ricordi di quella vecchietta che suonava l’organo in parrocchia? Il Parroco, alla fine dello scorso inverno, andò a trovarla e notò – poggiata sul suo pianoforte – una ciotola con dei petali ormai secchi, galleggianti sull’acqua. Mentre sorbiva il Te, con delicatezza chiese: “Cos’è?” Ah, rispose la vecchietta, è quel che resta di una rosa di fine settembre…. Come quella che ebbi dal mio defunto marito quando venimmo qua ad abitare. Consegnandomela, mi sussurrò: “Ha poteri taumaturgici, come il mio amore per Te”…. Ci crede? La rinnovo all’arrivo di ogni Autunno e passo l’Inverno senza raffreddori>.

 

Domenico Apolloni


OTTOBRE,

il mese “di mezzo”

 

Non ho mai capito perché l’hanno chiamato così: forse ottembre non suonava bene, o forse si è cercato di caratterizzare questo mese, affibbiandogli un nome che avesse un suono diverso nel gruppo dei quattro di fine anno.

Un mese strano, l’ottobre… un mese di mezzo dal destino segnato; come tutti i mediani, si pone a cintura tra l’estate e l’inverno e non ha nemmeno i sapori del settembre o le castagne del novembre!

Vita dura, la sua; come quella di Oriali e di Gattuso (i due mediani che hanno fatto vincere un mondiale ciascuno all’Italia calcistica, raccogliendo meriti marginali); come quella dei cadetti delle famiglie reali, che trovavano spazio soltanto nell’esercito (difatti… il primo figlio era l’Erede al trono e il terzo era predestinato per una comoda carriera ecclesiastica).

Un mese povero, privo dei profumi e dei fiori della primavera, con le giornate più corte e più buie ma ancora poco fredde e scarsamente piovose; un mese che bene si adatta al suo Santo, al San Francesco delle cose semplici e dei colori bruni.

Eppure è un mese dai toni talvolta forti e decisi, un mese nel quale si fanno scelte decisive per la vita; non a caso, in ottobre, Colombo arrivò nelle Americhe, i Russi fecero la loro Rivoluzione (anche se il calendario del posto segnava un mese diverso), i Cristiani vinsero due battaglie storiche (a Poitiers, nel 732 e a Lepanto, nel 1571), la Borsa portò alla crisi una grande Nazione (era il 1929), Garibaldi incontrò Re Vittorio nei pressi di Teano (era il 1860), una poco più che quarantenne Mata Hari fu impiccata (era il 1917), pochi Milanesi e tanti (forse… troppi) Tosco Romagnoli marciarono sulla Roma del 1922.

Un mese tosto… l’ottobre! È pure il mese di Caporetto e di El Alamein; il mese nel quale nacquero Virgilio (il poeta dell’italianità) e De Amicis (lo scrittore del sentimento che amava il Cervino), Liszt e Paganini, Eleonora Duse e Picasso; il mese nel quale io mi sposai (con la mia Francesca).

 

 

Domenico Apolloni


NOVEMBRE,

il mese “umido”

 

Novembre è il capofila dei quattro mesi con trenta giorni. Una vecchia cantilena recita, infatti: <trenta giorni ha Novembre, con Aprile, Giugno e Settembre; di ventotto ce ne uno, tutti gli altri n’han trentuno>.

Comincia spesso bene per chi lavora (il “ponte dei morti” manda tanta gente in vacanza e sempre meno a visitare i cimiteri) e termina con la festa di un Santo che la sapeva lunga su “lavoro e derivati”: si! Proprio Andrea, il giovanotto che seguì Gesù nella sua avventura terrena pensando tra se <… meglio che lavorare…>.

Ebbene… il mese umido per eccellenza, il mese della “nebbia fitta in Val Padana” e delle giornate che si accorciano man mano, non poteva finire con il ricordo di un Santo dal nome che allude alla forza (nell’antica lingua dell’Ellade, aner-andròs stava per “uomo forte”) se non fosse iniziato nel ringraziamento a “tutti i Santi”.

Una festa, questa di “tutti i Santi”, inventata in Francia durante il periodo Carolingio e resa universale ben cinque secoli dopo dal Papa Sisto IV; una festa che proprio ci voleva, perché, agganciandosi a quella della Vittoria di Armando Diaz e del suo Bollettino, rende possibile – per gli Italiani di città – il “ponte dei morti” di cui sopra.

Io, invece, che vengo dalla campagna, identifico Novembre come “il mese di San Martino”; a questo Santo che odora di vino novello e protegge Sarti e Mendicanti, per via del taglio al mantello e del dono che fece al povero infreddolito incontrato per strada, io sono molto devoto.

Gli riconosco, soprattutto, un grande merito: quello di aver duramente lavorato per far carriera e per diventare, da semplice soldato di cavalleria, un grande Vescovo; una nomina questa, nell’importante diocesi di Tours, che gli arrivò nel 371 sulla scia dei suoi miracoli e che onorò ampiamente quando sostenne con fermezza l’indipendenza della Chiesa dalla politica e dalle pastoie del potere.

 

Domenico Apolloni


Dicembre,

il mese del “panettone”

 

Forse sarà colpa della pubblicità oppure del nucleare, come ci piace pensarla appena incontriamo qualcosa che non riusciamo a digerire, se Dicembre è diventato il mese del panettone? Se abbiamo dimenticato di accostarlo alla barba bianca delle favole, all’acqua gelata dei ruscelli, alle cantilene dei bambini, al fuoco scoppiettante dei camini accesi, all’Albero luminescente, al Presepe tuttora emozionante?

Io, che talvolta sogno davanti al Presepe, che aspetto Dicembre per starmene in casa, provo un po’ di nostalgia del tempo che fu: di quando Dicembre era soltanto il mese dell’Immacolata e del Natale.

Ormai, nell’immaginario comune, l’Immacolata rappresenta l’apertura della stagione sciistica; scommetto poco più di mezzo euro (le dimenticate mille lire) che, nell’aggettivo, molti vedano la candida neve ancora poco calpestata e non pensino al collegamento col dogma religioso voluto da Pio IX per il giorno 8 del 1854 oppure con quella festa antichissima (del giorno dopo), in ricordo del rientro di S. Gioacchino (dopo 40 giorni e 40 notti di digiuno nel deserto) e della “concezione” dell’anziana (e, ancora, immacolata) madre di Maria.

E lo stesso Natale, purtroppo anche lui, perde sempre più terreno a favore di una festa laica come il Capodanno! A dispetto di Napoletani e Supermercati, per Natale si vendono sempre meno palle colorate e pecorelle bianche; aumenta, invece, la produzione industriale del panettone che, non pago di aver trionfato su tutte le latitudini e di caratterizzare un mese a ben altro abituato, si permette pure l’ingresso glorioso nella lingua parlata (sempre più spesso, alludendo a chi è in odore di esser cacciato via entro dicembre, si dice: <non mangerà il panettone>).

Nella sua patria, poi, nella Milano della Madunina oscurata da un Sant’Ambrogio che le ha scippato perfino il nome del ponte festivo, lui la fa’ da padrone: non si aspetta più il Natale, ma il panettone.

Forse sarà così per via di una rivincita orchestrata da grandi Santi del mese, discesi a posizioni secondarie tra i ricordi a esso legati (la Santa Lucia che si strappò via gli occhi bellissimi e li dette allo spasimante per restare libera e vergine, il San Silvestro che convertì Costantino Imperatore). O, forse, perché l’uvetta del panettone intriga più della memoria su due donne nate nel mese: la Marchesa di Pompadour (colei che inventò la professione di “accompagnatrice intelligente”) e Maria Luisa (la casta moglie di Napoleone che, a Parma, cambiò il suo nome in Maria Luigia e – soprattutto – la frequenza delle proprie attività sessuali).

Agli amanti del panettone poco importa di altre nascite importanti sotto il segno del Sagittario (il Concilio di Trento) o del Capricorno (il Cinema Muto e Giovanni Pascoli); a me, però, che sono rimasto legato al mondo romantico e mi commuovo ancora davanti al Presepe, garba assai ricordare Dicembre come il mese di Santo Stefano.

Non tanto per il nome, sicuramente bello, quanto perché preferisco rendere omaggio al primo martire o testimone, all’uomo che umilmente faceva la spesa per la comunità dei Discepoli senza pretendere avanzamenti di carriera, al coetaneo di Cristo che non ebbe mai paura e fu lapidato davanti a Saulo (il futuro San Paolo, ancora pagano e persecutore).

Quando la sua tomba fu trovata, quattro secoli dopo, le sue ossa ebbero diverse destinazioni e, per contentare tanti fedeli, provarono a moltiplicarsi: noi, a Roma, conserviamo tre braccia del Santo e le veneriamo finanche in tre Chiese diverse!

 

Domenico Apolloni


INVERNO… non ti temo affatto!

 

Pare che l’inverno sia una stagione “dura”, difficile… messa li, apposta, tra il malinconico Autunno e l’allegra Primavera; una stagione con il tempo libero da passare, preferibilmente, dentro le mura domestiche, magari davanti al camino acceso, tenendo un libro tra le mani o volgendo sguardi annoiati al televisore. Tutti comportamenti, questi, usuali nel secolo scorso ma che, ormai, trovano posto soltanto negli spazi remoti dei ricordi.

Oggi, difatti, il tempo libero si vive in modo frenetico anche d’inverno: ci sono le feste, le serate allegre nei locali pubblici o in casa di amici (talvolta… capita che lo siano pure in quelle dei parenti), le settimane sugli sci, le scottature da prendere al sole dei tropici indossando costumi variamente calibrati. In aggiunta, c’è il Cinema con gli ultimi arrivi, il Teatro con le commedie riproposte in tutte le salse, la Piscina, la Palestra, il Fitness per lasciare al “Ritratto di Dorian Gray” il problema dell’invecchiamento fisico, il Tango per dimenticare e la vicina Città Mercato per sognare. Adesso, per difenderci dai rigori del clima, abbiamo le scarpe pesanti e i maglioni leggeri, i piumini d’oca, i cappelli e, perfino, gli ombrelli a colori dei cinesi (non siamo mica nel lontano dopoguerra!).

Sì! Non si riesce più a trascorrere l’inverno alla pari di una volta, nemmeno quando siamo senza impegni di lavoro! Del resto, se ci manteniamo giovani per tutta la vita, possiamo anche spalmare le abitudini estive su tutto l’anno e inventarne di nuove, adatte al cambiamento di stagione; questo, ormai, riusciamo a farlo qui da noi e senza necessità alcuna d’andarcene in Paesi lontani, per inseguire il sole (come certi migranti, inventori dello stile di vita chiamato Gypset).

È proprio così! Abbiamo la facoltà di occuparlo bene, il nostro tempo libero invernale, fuori di casa ma restando nell’ambiente a noi familiare, magari con qualche gelato in meno e tanti dolci in più, con visite distratte a Mostre e Musei, con poche mattinate sul campo del Golf e diversi pomeriggi dedicati al Burraco. Ci piace, pure, superarlo al chiuso, dissertando con gli amici su chi paga le tasse e sulla luce in fondo al tunnel (ma chi è che la vede?) oppure… affrontarlo tra intensi abbracci con la persona del cuore, favoriti dal calare anticipato delle tenebre e dalle temperature esterne di basso livello.

Mi solletica alquanto l’inverno disegnato in questo suo rinnovato modello… mi attira aspettarlo e, poi, consumarlo lentamente, come fosse una tazza di cioccolato bollente; mi stuzzica vedere il giorno allungarsi pigro in gennaio, sentire sulla pelle il tiepido del sole in febbraio, volteggiare nel vento capriccioso all’inizio di marzo!

Poi, riflettendoci sopra: vuoi mettere il Natale, il Capodanno, il Carnevale? Non a caso cadono d’inverno! Viene da pensare che questo non dipenda soltanto da una preferenza rivolta al timido ciclamino, un fiore talmente bravo da starsene sempre ben dritto sul suo esile gambo. No… non è soltanto per tale motivo; a differenza della Pasqua e del Ferragosto, le festività invernali sono troppo divertenti, altri direbbero “di sentimento”, per restarsene in balia dell’aria aperta, tra gli spifferi della crisi… forse, anzi, certamente preferiscono contare su tavole apparecchiate, su interni addobbati, ricchi di luci e colori.

E allora, dico… benvenuto… caro e “duro” Inverno! Io ti accolgo a braccia spalancate, con la tua fredda tramontana e la tua candida neve. Ti chiedo, però, un regalo: torna, per me, almeno un’altra ventina di volte… sarò sempre felice durante la tua stagione, con la sciarpa di cachemire, i guanti rivestiti di lana e quel caldo loden verde acquistato negli anni settanta in Piazza del Liberty… a Milano.

 

 

Domenico Apolloni